La lega salva il capo-padrone e trova il capro espiatorio. Anzi, una strega.

Era solo da qualche mese, ma ormai ci sembrava un’era geologica, che non assistevamo a raduni di popoli elettorali facenti parte della precedente compagine di governo. Ieri sera a Bergamo eravamo nella tradizione, sia pure nel suo momento epifanico: è morto il re, evviva il re, si potrebbe dire, nel senso che il senatur, dimessosi dopo un ventennio da segretario-padre-padrone-sovrano della Lega, tornava al suo popolo da Presidente-“Madonna pellegrina” del partito. E se in qualunque altro Paese di democrazia compiuta, quelle scope simbolo di pulizia, avrebbero avuto proprio lui, Bossi, come bersaglio, in questa Italia caratterizzata da una parte dal primitivismo politico, e dall’altra da una vera e propria cultura dell’irresponsabilità, siamo stati di nuovo spettatori di quella funambolica torsione del linguaggio per effetto della quale viene negato quel che si afferma.

Così si invocava “pulizia, pulizia, pulizia” nel mentre ci si stringeva osannandolo all’unico vero responsabile del sistema corruttivo, in chiave familistico-padronale, che attanagliava la  Lega: Umberto Bossi ha scelto il tesoriere Belsito; lui ha voluto, coprendosi di ridicolo, il figlio Trota alla Regione; lui e ancora lui era il sole intorno al quale si era costituito il cosiddetto “cerchio magico”, infine sua la moglie alla quale secondo i magistrati sono andati centinaia di migliaia di euro per sostenerne la scuola.

E come è stato possibile questo compattarsi di virili orgogli, dall’antagonista Maroni al fido Calderoli, dal senatur al popolo leghista unito? Semplice, è stato trovato il capro espiatorio, anzi, la strega dai contorni medievali (epoca prediletta dalla Lega) pronta per il rogo purificatorio, “la nera”, come ormai la chiamano volentieri i giornali, o la badante, come pare la chiamassero tutti, al secolo Rosi Mauro, vice-presidente del Senato, la più fedele e dedita creatura bossiana, la donna che da quando il vecchio leader era stato colpito da ictus gli aveva dedicato vita e militanza, offrendogli il braccio e pulendogli il filo di bava che ne imbrattava costantemente il mento, facendogli da interprete e da consigliera, da infermiera e da amica. Ecco, ora è lei che deve pagare per tutti. E, ultima annotazione, soltanto della senatrice si fa nome e cognome dell’amante e si grida allo scandalo per il suo legame con un uomo più giovane. Niente invece ci è dato sapere del porcaio sessuale al quale, e nonostante malattie e menomazioni, si dedicano da sempre figure ben più autorevoli del partito.

Ieri Maroni, che ha prontamente adottato il barbarico linguaggio bossiano, la invitava da dove era venuta, cioè in Terronia (essendo la Mauro meridionale), e non tralasciando di definire Culonia la Tanzania, ha però omesso di rimandare a casa la consorte del capo: anche lei, a quanto ci risulta, nata al Sud e fruitrice costante del denaro pubblico. Si capisce, all’ex segretario si deve rispetto. E non importa se quell’inesausto rispetto può essergli elargito solo a patto di ritenerlo un coglione, un marito, un padre e un leader così incapace di intendere e di volere, che di tutto ciò che gli accadeva intorno, a casa propria e nel suo partito, non poteva proprio accorgersi. Dunque, evviva Bossi, a morte la Mauro.

Beh, mai nella vita avrei pensato di dover prendere le difese di Rosi Mauro. Se Bossi non è un povero rimbambito, quanto la Mauro è colpevole, allora se ne vadao insieme: non si dà la Presidenza del partito all’uomo responsabile della corruzione della Lega.

Se invece il povero Umberto è un deficiente e quindi incolpevole, gli si dia pure il contentino della Presidenza della Lega, però la Mauro, sua fedele sodale, deve avere come minimo la vicepresidenza, e non quella del Senato, ma proprio quella del partito. O no?

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NON SOLO LA LEGA DEVE TORNARE A SCUOLA

Sono reduce, come la maggior parte delle persone che si ostinano a leggere i quotidiani, da un full-immersion nelle vertiginose profondità del leghismo: pagine e pagine dedicate a questo straordinario fenomeno che è un mix di “familismo amorale” e di corte dei miracoli, di primitivismo politico con tanto di tentativo alla successione della leadership per via dinastica, dall’Umberto al Trota, e di banale magna-magna.
Ma un filone delle ruberie del denaro pubblico mi colpiva più di altre: quello destinato a comprare titoli di studio a figli, senatrici e amanti di senatrici, che non si sarebbero potuti ottenere altrimenti. Le lauree, al pari dei Suv e delle scorte, come segno di status dei nuovi barbari, uno dei tanti emblemi di una frettolosa ascesa sociale.
Diplomi e lauree che, in quanto acquistati un tanto al peso, non hanno aggiunto neppure un grammo di cultura, neppure scolastica, ai nostri; tanto che su youtube ci si può gustare un Renzo Bossi sostenere che in canadesi vivono in Australia (sic!).
MA L’ATTENZIONE ALL’ABISSALE IGNORANZA DEL CERCHIO MAGICO SI è CERTAMENTE ACUITA IN SEGUITO A UNA DEPRESSIVA VISIONE DELLE “IENE” DI VENERDI’ SERA.
Una giornalista del programma fuori da Montecitorio intervistava alcuni onorevoli rivolgendo loro domande di una semplicità sconcertante. Per esempio, COS’è UNA SINAGOGA? RISPOSTA DI UN ONOREVOLE DELLA REPUBBLICA: “Il luogo di culto dove pregano i musulmani”. E Netanyahu? RISPOSTA: “IL PRESIDENTE DELL’IRAN”.
Siete ancora soltanto sconcertati? E allora sentite questa: a una parlamentare del PD, la giornalista domanda chi sia Mao? La risposta è vaga, ma diciamo appropriata. Peccato che l’onorevole cada sulle date. Quando sarebbe vissuto Mao? RISPOSTA: UN PAIO DI SECOLI FA.
Capisco che a questo punto vi farà un baffo, ma per dovere di cronaca aggiungo che nessuno, dico nessuno dei deputati intervistati conosceva una sola commedia di Shakespeare, e che in tre hanno osato rispondere sul periodo storico in cui il drammaturgo inglese sarebbe vissuto. Nell’800. Complimenti!!!
ORA, IN QUALSIASI PAESE APPENA DECENTE, LE DIMISSIONI DI QUESTI SIGNORI CHE DOVREBBERO RAPPRESENTARCI DOVREBBERO ESSERE CHIESTE A FUROR DI POPOLO, E PRONTAMENTE DATE.
Se c’è un’aula che questi signori dovrebbero frequentare, questa è un’aula scolastica di primo o secondo grado.
MA TUTTO QUESTO PER DIRE CHE LA SELEZIONE DELLA CLASSE DIRIGENTE DA PARTE DEI PARTITI NON SI PREOCCUPA, NEPPURE DELLA DECENZA, MA DELLA PRESENTABILITA’ DI CHI VIENE SCELTO.
Abbiano detto e scritto più volte che la precedente maggioranza era costituita da una classe politica senescente, intrinsecamente amorale ed eversiva; da Padri_Crono dediti a divorare i propri figli e da sudditi compiaciuti e compiacenti. Ma il livello infimo dei rappresentanti parlamentari riguarda tutti i partiti, nessuno escluso.
AL MOMENTO IL PAESE E’ COMMISSARIATO DA PROFESSORI E PROFESSORESSE DEL POST-RICREAZIONE: SEVERI, COMPETENTI, ALGIDI E CERTAMENTE PROVENIENTI DA OTTIMI STUDI. EVIDENTEMENTE NON BASTA. MA QUANDO SE NE ANDRANNO, SE VOTERANNO LA NUOVA LEGGE ELETTORALE SULLA QUALE SI SONO APPENA MESSI D’ACCORDO, CHE RISERVA AI PARTITI LA SCELTA DEGLI ELETTI, COSA SUCCEDERA’?”

Lettera aperta alle amiche di Se non ora quando

  • Gentili amiche di SNQ,
    abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, quello che doveva essere il più difficile: risvegliare le coscienze in un Paese anestetizzato. Poi le nostre strade si sono divise, ma ho continuato a seguirvi in silenzio e a distanza. Con un crescente sentimento di delusione: per quanto si poteva fare e non è stato fatto. Per le battaglie a cui ave…te rinunciato; persino per le vittorie che avreste potuto mettere a segno, forti di quello straordinario risultato del 13 febbraio. Di quanto è stato, mi pare, continuate a sventolare orgogliosamente la bandiera, ma sempre più chiuse in un fortino nel quale, è vero, si può entrare, ma dal quale non uscite mai.
    Ora apprendo che avete lanciato una mobilitazione “via smartphone”, e resto basita. Perché non ho niente contro il mezzo, beninteso, ma forse prima di pensare al “come” sarebbe opportuno sapere “cosa”. La mobilitazione tecnologica quali fini ha? Avete obiettivi, parole d’ordine, progetti? Perché in mancanza di questi resta solo una sorta di autismo autocelebrativo e ombelicale. Eppure, di battaglie da fare ce ne sarebbero: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Dalla legge elettorale sulla quale si stanno mettendo d’accordo i partiti, che non rinunciano alla sola autotutela di loro stessi e che certamente “punirà” la presenza delle donne alle prossime elezioni politiche; a una mobilitazione contro i femmicidi che avrebbe bisogno di tempestività, analisi lucide, idee.
    Pochi giorni fa vi avevo mandato un post con un paio di proposte concrete. La prima: la costituzione di parte civile, per il valore simbolico che avrebbe questa iniziativa, al processo che vede come parte lesa la giovane donna dell’Aquila violentata e massacrata da un militare ora in carcere. La seconda, a proposito dei femmincidi dei quali da mesi vado denunciando lo spaventoso aumento: la richiesta provocatoria ma realistica alla Lega calcio italiana di farsi portatori, sì, proprio loro, gli eroi dell’epica maschile per eccellenza, di una campagna contro la violenza alle donne, come hanno fatto in passato contro il razzismo.
    In attesa di una risposta, vi saluto con amicizia.

SULLA DISMISURA DELLA SESSUALITA’ MASCHILE

Oggi due notizie sui quotidiani (una delle quali commentata da Michela Marzano su Repubblica), ci parlano di quella che definirei la “dismisura” della sessualità maschile. Una riguarda quello che è stato uno degli uomini più potenti del mondo: Dominique Strauss Kahn, che si è salvato dall’accusa di stupro alla Diallo in America, per essere poi riacciuffato in patria con l’ipotesi di reato di sfruttamento della prostituzione.
L’ex Presidente del FMI si era sempre dipinto con un certo indulgente compiacimento, un libertino. Dai verbali appare piuttosto come un sex addict, scusatemi ma non esistono termini psichiatrici per definire le patologie sessuali maschili, solo noi siamo ninfomani; un consumatore seriale e di rara aggressività di carne umana.
L’altra notizia è quella del giudice Giancarlo Giusti, comprato dalla ndrangheta calabrese a suon di alberghi di lusso, cene e, naturalmente, exort. Delle quali il magistrato corrotto, come un brufoloso adolescente infoiato, parla in un suo diario elettronico con tanto di punteggio e liriche espressioni di apprezzamento.
Ecco quale miseria umana si scopre in due personaggi pubblici, in diverso modo stimati e apprezzati.
Però, c’è un però: la dismisura della loro sessualità, naturalmente appagata con ingordigia e con l’illusione di poter godere all’infinito di un antico privilegio, ha in sé ormai una dimensione tragica. Da Berlusconi a Fede, da Strauss Kahn a Giusti, conduce poi, inevitabilmente, all’autodistruzione. Al proprio suicidio simbolico, pubblico o politico che sia. Meditate gente. Meditate.

Quale donna al Quirinale?

Una donna al Quirinale. Ne parla oggi Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, ricordando l’auspicio del Presidente Napolitano. Intanto, una premessa: per carità, Isabella, non tiriamo di nuovo in ballo l’idea di liste civiche esclusivamente femminili, dovunque si siano presentate in passato, hanno preso delle sonore batoste, e se c’è qualcosa di cui abbiamo bisogno è di vincere le nostre battaglie. Di sconfitte ne abbiamo collezionate fin troppe.
Bene. E’ scattato il totonomi, uno degli esercizi massmediatici più gettonati. Rinvierei al mittente. La nostra non è una Repubblica presidenziale, il nome per il Quirinale non passa dalle primarie di partito, e dunque a ricoprire quel ruolo andrebbe comunque una donna autorevole. Chi, non importa. In uno dei paesi più misogini del cosiddetto mondo sviluppato, che come ricordavamo ieri ha il macabro primato dei femminicidi (una donna uccisa ogni due giorni dall’inizio del 2012), c’è urgenza di modelli, esempi, simboli. Anche da una ricostituzione degli immaginari passa il cambiamento, già troppo tardivo, del nostro Paese. Non ci dividiamo sui nomi. Uniamoci nel chiedere una donna al Quirinale. Non ne hanno bisogno le altre donne. Ne ha bisogno l’Italia.

Parliamo di una “questione maschile”?

Oggi su Repubblica, finalmente un uomo autorevole, Adriano Sofri,  si spende in una lunga riflessione sul macabro primato raggiunto in Italia nel nuovo anno: una donna uccisa per mano di un uomo (marito, amante, fidanzato) ogni due giorni. Siamo alla vittima numero 46. E avevamo chiuso il 2011 con una statistica che speravamo eccezionale: una donna ogni tre giorni.

Sofri inaugura nel lessico di un grande quotidiano un termine mai usato prima se non tra donne e studiose del fenomeno, ricordando che la necessità di utilizzarlo ci porta più vicini e ci rende più simili a Ciudad Juarez, quel cimitero a cielo aperto al confine tra Messico e Stati Uniti dove una sorta di misoginia feroce e criminale ha trovato casa e si esprime senza più freni e inibizioni di sorta.

Però l’Italia non è il Messico, e tantomeno Ciudad Juarez, non è il nostro un luogo ai confini con il nulla e in mano ai narcos. Lì si può immaginare una retrovia della civiltà, per noi c’è bisogno di uno sforzo di analisi e di comprensione più audace: quel che sta succedendo nel nostro Paese è una sinistra sintesi di arcaicità e post-post modernità; è l’epifenomeno di una comunità troppo a lunga stritolata da vorticosi cambiamenti e continue regressioni; l’inevitabile risultato di una misoginia che data ben prima del berlusconismo, che ha escluso le donne fin dove è stato possibile, dai luoghi pubblici, dalla rappresentanza politica e dai partiti, dalle istituzioni.

Cambiamenti senza adeguate riforme sociali e non seguiti da più radicali trasformazioni, anche dell’immaginario, dei modelli, delle narrazioni televisive, e se questo non ha fatto bene a noi donne, ancor più ha fatto male agli uomini, sempre più confusi tra le donne della realtà, libere, forti, decise a prendersi nelle mani la propria vita e stereotipi vecchissimi. Che hanno contribuito a illuderli di potersi rifugiare in altrettanto vetusti privilegi, a ritardare i conti con un’identità maschile costretta a divenire, a essere sempre più confusi e impauriti. E cos’altro è la violenza se non paura raggelata?

Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.

E ho due proposte da fare:

La prima è quella di costituirsi parte civile , gruppi, associazioni, soggetti, il più numerosi possibile, nel processo allo stupratore della giovane donna dell’Aquila, praticamente sventrata da un oggetto appuntito nel corso della violenza, un’infamia che l’avvocato difensore del presunto colpevole continua a definire “un rapporto consenziente”. E il fatto che un simile linguaggio sia tornato possibile e pubblico, come ai tempi del massacro del Circeo, è più che preoccupante.

La seconda è una provocazione: perché non chiedere alla lega Calcio, agli “eroi” dell’epica maschile per eccellenza, di scendere in campo per tutto il prossimo campionato con un grande striscione che reciti: “Basta violenza sulle donne”? Lo hanno fatto per sostenere una giusta campagna contro il razzismo, e il femmicidio italiano quanto l’odio etnico o religioso o politico è tempo che diventi una questione che riguarda tutti, ma proprio tutti. Più che mai gli uomini.

O i figli o il lavoro di Chiara Valentini

Segnalo l’uscita di un saggio bello e importante, direi necessario, della giornalista Chiara Valentini, O i figli o il lavoro (Feltrinelli, euro 16) e già il titolo  annuncia l’urgenza della questione. Qualunque dato sull’occupazione femminile in Italia risulta drammatico e denuncia l’arretratezza italiana. Solo il 46 per cento di donne occupate, il 50 per cento addirittura inattivo (cioè neppure più in cerca di un lavoro), il 27 per cento la percentuale di madri lavoratrici che abbandona il lavoro dopo la nascita del primo figlio, in assenza di welfare, servizi, e gravate dall’ancora scarsa condivisione dei padri, da mentalità medievale dei datori di lavoro. L’elenco è lungo, e il libro, scritto con il piglio dell’inchiestista di razza, ha il merito di scandagliare da nord a sud il groviglio di nodi irrisolti, di storie personali, di vissuti, con il contributo di dati, cifre e statistiche aggiornatissimi.

Leggere O i figli o il lavoro può risultare a tratti doloroso, spesso, persino per chi si occupa da sempre di donne, sorprendente, ma come sempre quando si ha tra le mani un libro intelligente si finisce per sentirsi soprattutto grati verso chi lo ha scritto.

Sanremo, la senescenza italiana e le donne

Sanremo ha un merito, riesce a essere una sintesi perfetta dell’Italia peggiore o, meglio, dei mali del Paese. E a dare loro un risalto e una visibilità accecanti. Dunque, mentre venivamo a sapere che si sono persi 80 mila posti di lavoro tra i giovani dai 18 ai 25 anni, diciamo quasi una generazione?, le sorti dell’evento mediatico più importante d’Italia vengono lasciate nelle mani di un anziano signore, ex gloria nazionale, il quale è un mediocre presentatore e un cantante senza quasi più voce. Spalla parlante, non si sa quanto pensante, il comico Rocco Papaleo, naturalmente un uomo, e il ruolo di bella statuina, né pensante né parlante, ovviamente affidato a una giovane e bella donna. Sostituita nel primo giorno del festival da altre due bellissime donne, chiamate, di nuovo ovviamente, a ricoprire lo stesso ruolo di intrattenimento estetico, una delle quali assurta agli onori della cronaca per una “farfallina” tatuata sulla coscia e per una vertiginosa sventolata di vestito. La loro comparsa sul palco di Sanremo ha indotto l’autorevolissima ministra Fornero a dirsi indignata per il modo in cui sono trattate le donne in televisione e la giornalista Lucia Annunziata, ex presidente Rai, a ricordare che in tv per le donne “normali” non c’è spazio. Nel frattempo, sabato scorso, una giovane donna è stata stuprata e massacrata di botte fuori da una discoteca dell’Aquila. Impossibile sostenere che 80 mila giovani hanno perso il lavoro per colpa di Gianni Morandi, e che la ragazza brutalizzata all’Aquila deve la sua disgrazia alla miseria della narrazione che la televisione fa delle donne. Tuttavia è utile riflettere sul fatto che Sanremo riafferma la tragedia della senescenza italiana e la mortificazione dell’immagine femminile. O no?

Nel fine settimana è stata violentata un’altra giovane donna, trovata abbandonata in un lago di sangue fuori a una discoteca all’Aquila. I presunti aggressori prima negano ogni addebito, poi uno di loro parla di “rapporto consenziente”, la ragazza è ancora in stato di choc e sottoposta a intervento chirurgico, non ha ancora potuto riconoscere gli aggressori. Il centro antiviolenza dell’Aquila ha già annunciato che si costituirà parte civile. Attendiamo ancora, con infinita pazienza, che un uomo, di quelli colti, brillanti, intelligenti che firmano a manetta lenzuolate sulle prime pagine dei giornali, magari analizzando finemente nuove e vecchie barbarie, o preoccupanti fenomeni delinquenziali, ci dica finalmente qualcosa di illuminante sul perché nel secondo millennio uomini apparentemente “normali” e “normalmente”sani, piacevoli, socialmente adattati e mediamente alfabetizzati riducano una donna in fin di vita dopo averla stuprata come al tempo del ratto delle Sabine.

Ogni donna uccisa è sempre la prima

Ogni anno in Italia muoiono, in media, un centinaio di donne: una ogni quattro o cinque giorni, uccise per mano di uomo che di quelle donne era il marito, il fidanzato, l’amante. Ma ogni morte sembra condannata a restare un episodio a sé, mai cumulabile, storicizzabile, non un fenomeno da analizzare, affrontare e combattere. Come se la violenza degli uomini sulle donne appartenesse a una dimensione a-storica, non mutabile, da sempre e per sempre data, un elemento immanente alla mascolinità. Che non si tramuta mai in allarme sociale e non interroga mai il genere maschile. Un dato su cui riflettere: negli anni più bui delle guerre di mafia o di camorra sono morti, come numero massimo, duecento uomini. Quegli assassinii non finivano, di volta in volta, in un trafiletto di cronaca nera; spesso guadagnavano le prime pagine, intere trasmissioni televisive, editoriali, centinaia di libri, editoriali, studi.
Non mi risulta che alla violenza sulle donne sia mai stata dedicata una trasmissione televisiva in prima serata.
La sproporzione è enorme oltre che eloquente.