La mancanza di Giuseppe D’Avanzo e l’importanza delle parole.

Giuseppe D’Avanzo era un grande giornalista, una sintesi inedita di cronista irriducibile e lucido intellettuale. Giuseppe D’Avanzo ci manca, ci manca ogni giorno di più. Lui non c’è, è vero, ma restano i suoi articoli, definizione assai imprecisa, per difetto, di quello che sul suo giornale andava scrivendo nei suoi quasi quotidiani capolavori di stile. E così, dopo settimane di stridii grillini, abiure e minacce, sconfessioni e diktat, e dopo l’ultima condanna alla gogna mediatica emessa da quel sommo sacerdote del giustizialismo senza e se e senza ma che è Marco Travaglio ai danni del neo-presidente del Senato Pietro Grasso, ieri sera sono andata a rileggermi il primo dei suoi scritti raccolti ne Il guscio vuoto. Metamorfosi di una democrazia, pubblicato da Laterza lo scorso anno. S’intitola “La neolingua del potere”. Scriveva D’Avanzo nell’ottobre del 2008: “(…) Quella lingua, che non riconosce alcuno statuto alla realtà, che riduce drasticamente ogni complessità (anche lessicale), è soltanto una mera tecnica di consenso o custodisce di più: una strategia o addirittura un destino politico?” E più avanti, a proposito dei moduli della neolingua: “Sono aut disgiuntivi: o si è dentro o si è fuori; o si è incondizionatamente amico o incondizionatamente nemico; o si è per il bene o per il male”. Parlava di Berlusconi, allora, ma nel calzare come un guanto alla miseria dei linguaggi politici e mediatici attuali, come non leggere in quelle parole una tragica preveggenza?

Qualcuno ha detto che si muore davvero solo quando nessuno ha più memoria di noi. Forse è il momento, almeno ogni tanto, di ricordarsi di Giuseppe D’Avanzo. Di rileggerlo, soprattutto.

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