DA “IL SILENZIO DEGLI UOMINI”: SULLA VIOLENZA MASCHILE

Quando le guerre di mafia o di camorra raggiunsero l’acme del terrore, arrivando a fare duecento vittime in un solo anno, si parlò di fenomeno criminale, lo Stato intervenne con misure estreme; e si sparsero fiumi di inchiostro, si scrissero libri, inchieste, reportage, ci furono interrogazioni parlamentari e fiaccolate di intere comunità, ancora oggi all’argomento si dedicano dibattiti e trasmissioni televisive. E allora perché la violenza omicida degli uomini verso le proprie compagne o figlie o amanti non riesce a diventare allo stesso modo una questione urgente, pressante, angosciosa? A interrogare le coscienze? A trasformarsi in un’emergenza?

Nel 2006, sempre stando ai dati del rapporto Eures-Ansa, le donne uccise furono addirittura 181; nel 2008 ne sono state ammazzate 147, e di queste ben 104, il 70,7 per cento del totale, all’interno di contesti familiari. Così che non basta chiedersi perché gli uomini uccidono le donne. La domanda è: perché gli uomini uccidono le donne che amano?

È certo che ci troviamo di fronte a delle costanti che circoscrivono e determinano il fenomeno. Sempre più spesso, quasi immancabilmente, la causa scatenante l’omicidio è un abbandono o una separazione, una messa in crisi del rapporto, un’affermazione di autonomia e di libertà delle vittime. E dunque, quel che muove al crimine è l’incapacità di questi uomini di sopportare la frustrazione del rifiuto, di governare la rabbia e metabolizzare la perdita, addirittura, di vivere l’esperienza stessa del dolore. Ma nessuno, o quasi, si è ancora azzardato ad affermare che ci troviamo davanti a un’inedita questione maschile, tutta da decifrare e comprendere. Vero, le violenze sulle donne ci sono sempre state, delitto passionale e delitto d’onore sino a poche decine di anni fa erano all’ordine del giorno, e proprio per garantire al genere maschile se non impunità assoluta, almeno attenuanti e clemenza, erano una volta reati verso i quali il Codice penale prevedeva indulgenza e comprensione. Ma oggi, più che l’affermazione di una forza e di un dominio, più che frutto di un’idea delle donne come esseri inferiori, più che retaggio di incultura e degrado, questa violenza pare nascere dalla disperata opposizione a un cambiamento femminile, dall’incapacità di accettarlo e comprenderlo; dal panico provocato dalla nuova libertà e autonomia delle donne. Dunque, una violenza che colpisce non chi si ritiene inferiore e subalterna, ma al contrario una donna che sceglie, che decide, che pone problemi e crea conflitti. E che spaventa, perché quanto più cresce la capacità di affermazione femminile tanto più vengono denudate la fragilità o la dipendenza  o l’inadeguatezza maschile.

Di fronte a un inarrestabile cambiamento, il gesto violento diviene l’estremo atto di un potere morente, la resa tirannica dinanzi all’impossibilità di sottomettere, lo sfregio di un’altrimenti incancellabile alterità. La negazione e, insieme, la massima affermazione, della propria vulnerabilità e parzialità. Così che oggi la violenza sulle donne appare il sintomo più drammaticamente eloquente del declino di un genere; l’unico mezzo a disposizione per quegli uomini che credono così di sventare il rischio della perdita.

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4 commenti

  1. S.

     /  giugno 1, 2012

    Analisi pienamente condivisibile!!!

    Rispondi
  2. Deborah

     /  luglio 10, 2012

    La ringrazio per i suoi spunti di riflessione sul silenzio degli uomini. Cerco di parlare del suo libro con uomini per avere delle risposte, mi sento rispondere da uno di loro, che le donne le rispetta, che la questione del desiderio maschile è cosa privata che non va condivisa con gli altri uomini. Gli uomini per bene hanno forse paura ad affermare il valore di pricipi di rispetto e amore per le donne, così lontano dalle battute da bar sui pezzi di carne? Perché l’onestà e il rispetto sono principi così incompresi? Ci vuole forse assunzione di responsabilità, coraggio per affermare le proprie idee? La forza non sta nel coraggio? Mi farebbe piacere che qualche uomo rispondesse ai nostri quesiti. Alla manifestazione di SNQ del 13 febbraio era pieno di uomini, fratelli, padri, mariti, amici che dimostravano contro una visione materialista delle donne, perché questi uomini non fanno outing? Fatevi sentire.

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  3. Omissis

     /  agosto 29, 2012

    Eccomi di nuovo! Il libro procede speditamente! Altro che silenzio (19.000 vocaboli; danno una miglior visione rispetto al numero di pagine, che dipende dal formato). Non so se verrà mai pubblicato; nell’eventualità le propongo uno scambio: lei mi invia una copia del libro “Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore”, io le invio una copia del mio. Potrei cavallerescamente mandarle una copia senza ricevere niente in cambio? Uno degli ostacoli all’affermazione di un società paritaria, consiste proprio nell’ incapacità delle donne di rinunciare a taluni privilegi di cui gli uomini si servono per mascherare la scarza considerazione, tra questi la “cavalleria”. (Le suggerisco una riflessione: “Si può improntare una battaglia mischiando questioni importanti come, la violenza sulle donne e uno stupido slogan? Più che di un impegno concreto da un pò l’impressione di chi “se la canta e se la balla da sola!”)

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  4. Il silenzio degli uomini? Se è per questo esiste anche il silenzio delle donne sul fatto che il
    98% dei morti sul posto di lavoro sono uomini e sul fatto che questi uomini muoiono perchè
    NON CI VANNO LE DONNE A FARE QUEI LAVORI. Dove si rischia la pelle le quote rosa non si chiedono. Lì la prevalenza maschile va benissimo.
    Per chi non lo sapesse (e non lo accettasse): gli uomini parlano quando, dove e come e su quello che vogliono e tacciono quando, dove, come e intorno a quello che vogliono. E non abbiamo certo bisogno del permesso di voi donne per parlare e per tacere dove ci pare e
    piace. E intorno a quello che ci pare e piace.

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