LETTERA APERTA A CESARE PRANDELLI

Caro Prandelli,

come sa la FIGC si è schierata contro la violenza sulle donne, e il 29 maggio prossimo la nazionale italiana nel corso della partita con il Lussemburgo, a Parma, ci aprirà gratuitamente lo stadio, dove campeggerà lo slogan: “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”.

Il mondo del calcio è sicuramente uno degli ambienti più maschili di un Paese che in quanto a misoginia non scherza, anche questo le è noto, e in tante e tanti abbiamo apprezzato il suo attacco all’omofobia, equiparata al razzismo. Proprio per questa ragione che una campagna di sensibilizzazione sul tema della violenza approdi negli stadi rappresenta una vera e propria rivoluzione culturale, perché se persino un luogo tradizionalmente impermeabile alle problematiche del mondo reale prende posizione, allora vuol dire che il fenomeno di cui si occupa è divenuto un’emergenza sociale, qualcosa che per tracimare fino a un campo di pallone deve necessariamente portare con sé un grido d’allarme, una richiesta di attenzione che non è più possibile ignorare.

Ma dall’altra parte, è qui sta la straordinaria forza culturale dell’evento, quell’allarme, quella protesta, quella richiesta di ascolto vengono “normalizzati”: se persino il calcio prende posizione contro la violenza sulle donne, allora può diventare opinione diffusa, linguaggio corrente, common sense il ritenere non più sopportabile che in Italia venga ormai uccisa una donna ogni due giorni. E dunque dire basta, giudicare ignobile e intollerabile la mattanza femminile cui stiamo assistendo.

Sono 54 dall’inizio del 2012, caro Prandelli, le donne ammazzate dall’uomo che diceva di amarle: mariti, fidanzati, amanti. Uomini normali, né folli né socialmente pericolosi, solo incapaci di tollerare la frustrazione dell’abbandono, lo smacco della perdita, il dolore che sempre la fine di ogni amore porta con sé. Uomini deboli, questo sì, che uccidono insieme alla donna che credono d’amare, la libertà e la capacità di autodeterminazione che  quella donna ha espresso con la propria scelta.

Chi ama lo sport, ogni sport, anche il calcio, nonostante tutto, sa che nella sua bellezza, nella lealtà dello scontro, nel rispetto dell’avversario, nella poesia del grande gesto atletico c’è quella cosa che si chiama epica. Che non ha niente a che vedere con la violenza, il sopruso, la vigliaccheria di chi usa la forza per schiacciare e non per misurarsi con il traguardo della gara. 

E allora le chiedo, spero insieme alle tante donne che vorranno firmare questa lettera, di farsi promotore per i prossimi europei di calcio di questa campagna contro la violenza sulle donne, scendendo in campo con la nazionale, sempre, a ogni partita, con lo slogan “La violenza sulle donne è un problema degli uomini. Insieme possiamo vincere questa partita”

Ma insieme davvero, perché un Paese dove vivono male le donne è un brutto Paese, sempre e comunque, anche per gli uomini.

Cordialmente,

Iaia Caputo

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