Lettera aperta alle amiche di Se non ora quando

  • Gentili amiche di SNQ,
    abbiamo fatto un pezzo di strada insieme, quello che doveva essere il più difficile: risvegliare le coscienze in un Paese anestetizzato. Poi le nostre strade si sono divise, ma ho continuato a seguirvi in silenzio e a distanza. Con un crescente sentimento di delusione: per quanto si poteva fare e non è stato fatto. Per le battaglie a cui ave…te rinunciato; persino per le vittorie che avreste potuto mettere a segno, forti di quello straordinario risultato del 13 febbraio. Di quanto è stato, mi pare, continuate a sventolare orgogliosamente la bandiera, ma sempre più chiuse in un fortino nel quale, è vero, si può entrare, ma dal quale non uscite mai.
    Ora apprendo che avete lanciato una mobilitazione “via smartphone”, e resto basita. Perché non ho niente contro il mezzo, beninteso, ma forse prima di pensare al “come” sarebbe opportuno sapere “cosa”. La mobilitazione tecnologica quali fini ha? Avete obiettivi, parole d’ordine, progetti? Perché in mancanza di questi resta solo una sorta di autismo autocelebrativo e ombelicale. Eppure, di battaglie da fare ce ne sarebbero: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Dalla legge elettorale sulla quale si stanno mettendo d’accordo i partiti, che non rinunciano alla sola autotutela di loro stessi e che certamente “punirà” la presenza delle donne alle prossime elezioni politiche; a una mobilitazione contro i femmicidi che avrebbe bisogno di tempestività, analisi lucide, idee.
    Pochi giorni fa vi avevo mandato un post con un paio di proposte concrete. La prima: la costituzione di parte civile, per il valore simbolico che avrebbe questa iniziativa, al processo che vede come parte lesa la giovane donna dell’Aquila violentata e massacrata da un militare ora in carcere. La seconda, a proposito dei femmincidi dei quali da mesi vado denunciando lo spaventoso aumento: la richiesta provocatoria ma realistica alla Lega calcio italiana di farsi portatori, sì, proprio loro, gli eroi dell’epica maschile per eccellenza, di una campagna contro la violenza alle donne, come hanno fatto in passato contro il razzismo.
    In attesa di una risposta, vi saluto con amicizia.
Annunci

SULLA DISMISURA DELLA SESSUALITA’ MASCHILE

Oggi due notizie sui quotidiani (una delle quali commentata da Michela Marzano su Repubblica), ci parlano di quella che definirei la “dismisura” della sessualità maschile. Una riguarda quello che è stato uno degli uomini più potenti del mondo: Dominique Strauss Kahn, che si è salvato dall’accusa di stupro alla Diallo in America, per essere poi riacciuffato in patria con l’ipotesi di reato di sfruttamento della prostituzione.
L’ex Presidente del FMI si era sempre dipinto con un certo indulgente compiacimento, un libertino. Dai verbali appare piuttosto come un sex addict, scusatemi ma non esistono termini psichiatrici per definire le patologie sessuali maschili, solo noi siamo ninfomani; un consumatore seriale e di rara aggressività di carne umana.
L’altra notizia è quella del giudice Giancarlo Giusti, comprato dalla ndrangheta calabrese a suon di alberghi di lusso, cene e, naturalmente, exort. Delle quali il magistrato corrotto, come un brufoloso adolescente infoiato, parla in un suo diario elettronico con tanto di punteggio e liriche espressioni di apprezzamento.
Ecco quale miseria umana si scopre in due personaggi pubblici, in diverso modo stimati e apprezzati.
Però, c’è un però: la dismisura della loro sessualità, naturalmente appagata con ingordigia e con l’illusione di poter godere all’infinito di un antico privilegio, ha in sé ormai una dimensione tragica. Da Berlusconi a Fede, da Strauss Kahn a Giusti, conduce poi, inevitabilmente, all’autodistruzione. Al proprio suicidio simbolico, pubblico o politico che sia. Meditate gente. Meditate.

Quale donna al Quirinale?

Una donna al Quirinale. Ne parla oggi Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, ricordando l’auspicio del Presidente Napolitano. Intanto, una premessa: per carità, Isabella, non tiriamo di nuovo in ballo l’idea di liste civiche esclusivamente femminili, dovunque si siano presentate in passato, hanno preso delle sonore batoste, e se c’è qualcosa di cui abbiamo bisogno è di vincere le nostre battaglie. Di sconfitte ne abbiamo collezionate fin troppe.
Bene. E’ scattato il totonomi, uno degli esercizi massmediatici più gettonati. Rinvierei al mittente. La nostra non è una Repubblica presidenziale, il nome per il Quirinale non passa dalle primarie di partito, e dunque a ricoprire quel ruolo andrebbe comunque una donna autorevole. Chi, non importa. In uno dei paesi più misogini del cosiddetto mondo sviluppato, che come ricordavamo ieri ha il macabro primato dei femminicidi (una donna uccisa ogni due giorni dall’inizio del 2012), c’è urgenza di modelli, esempi, simboli. Anche da una ricostituzione degli immaginari passa il cambiamento, già troppo tardivo, del nostro Paese. Non ci dividiamo sui nomi. Uniamoci nel chiedere una donna al Quirinale. Non ne hanno bisogno le altre donne. Ne ha bisogno l’Italia.

Parliamo di una “questione maschile”?

Oggi su Repubblica, finalmente un uomo autorevole, Adriano Sofri,  si spende in una lunga riflessione sul macabro primato raggiunto in Italia nel nuovo anno: una donna uccisa per mano di un uomo (marito, amante, fidanzato) ogni due giorni. Siamo alla vittima numero 46. E avevamo chiuso il 2011 con una statistica che speravamo eccezionale: una donna ogni tre giorni.

Sofri inaugura nel lessico di un grande quotidiano un termine mai usato prima se non tra donne e studiose del fenomeno, ricordando che la necessità di utilizzarlo ci porta più vicini e ci rende più simili a Ciudad Juarez, quel cimitero a cielo aperto al confine tra Messico e Stati Uniti dove una sorta di misoginia feroce e criminale ha trovato casa e si esprime senza più freni e inibizioni di sorta.

Però l’Italia non è il Messico, e tantomeno Ciudad Juarez, non è il nostro un luogo ai confini con il nulla e in mano ai narcos. Lì si può immaginare una retrovia della civiltà, per noi c’è bisogno di uno sforzo di analisi e di comprensione più audace: quel che sta succedendo nel nostro Paese è una sinistra sintesi di arcaicità e post-post modernità; è l’epifenomeno di una comunità troppo a lunga stritolata da vorticosi cambiamenti e continue regressioni; l’inevitabile risultato di una misoginia che data ben prima del berlusconismo, che ha escluso le donne fin dove è stato possibile, dai luoghi pubblici, dalla rappresentanza politica e dai partiti, dalle istituzioni.

Cambiamenti senza adeguate riforme sociali e non seguiti da più radicali trasformazioni, anche dell’immaginario, dei modelli, delle narrazioni televisive, e se questo non ha fatto bene a noi donne, ancor più ha fatto male agli uomini, sempre più confusi tra le donne della realtà, libere, forti, decise a prendersi nelle mani la propria vita e stereotipi vecchissimi. Che hanno contribuito a illuderli di potersi rifugiare in altrettanto vetusti privilegi, a ritardare i conti con un’identità maschile costretta a divenire, a essere sempre più confusi e impauriti. E cos’altro è la violenza se non paura raggelata?

Forse è arrivato il momento di porre una questione maschile in Italia: di imporla con forza all’ordine del giorno, ai mass media, a campagne di sensibilizzazione per farne quel che è: anche, un’emergenza sociale e non una questione privata. Innanzitutto strappandoci dai meandri della coscienza l’oscura convinzione che la violenza sia immanente al maschile e dunque immodificabile, intrasformabile, imbattibile.

E ho due proposte da fare:

La prima è quella di costituirsi parte civile , gruppi, associazioni, soggetti, il più numerosi possibile, nel processo allo stupratore della giovane donna dell’Aquila, praticamente sventrata da un oggetto appuntito nel corso della violenza, un’infamia che l’avvocato difensore del presunto colpevole continua a definire “un rapporto consenziente”. E il fatto che un simile linguaggio sia tornato possibile e pubblico, come ai tempi del massacro del Circeo, è più che preoccupante.

La seconda è una provocazione: perché non chiedere alla lega Calcio, agli “eroi” dell’epica maschile per eccellenza, di scendere in campo per tutto il prossimo campionato con un grande striscione che reciti: “Basta violenza sulle donne”? Lo hanno fatto per sostenere una giusta campagna contro il razzismo, e il femmicidio italiano quanto l’odio etnico o religioso o politico è tempo che diventi una questione che riguarda tutti, ma proprio tutti. Più che mai gli uomini.

O i figli o il lavoro di Chiara Valentini

Segnalo l’uscita di un saggio bello e importante, direi necessario, della giornalista Chiara Valentini, O i figli o il lavoro (Feltrinelli, euro 16) e già il titolo  annuncia l’urgenza della questione. Qualunque dato sull’occupazione femminile in Italia risulta drammatico e denuncia l’arretratezza italiana. Solo il 46 per cento di donne occupate, il 50 per cento addirittura inattivo (cioè neppure più in cerca di un lavoro), il 27 per cento la percentuale di madri lavoratrici che abbandona il lavoro dopo la nascita del primo figlio, in assenza di welfare, servizi, e gravate dall’ancora scarsa condivisione dei padri, da mentalità medievale dei datori di lavoro. L’elenco è lungo, e il libro, scritto con il piglio dell’inchiestista di razza, ha il merito di scandagliare da nord a sud il groviglio di nodi irrisolti, di storie personali, di vissuti, con il contributo di dati, cifre e statistiche aggiornatissimi.

Leggere O i figli o il lavoro può risultare a tratti doloroso, spesso, persino per chi si occupa da sempre di donne, sorprendente, ma come sempre quando si ha tra le mani un libro intelligente si finisce per sentirsi soprattutto grati verso chi lo ha scritto.