Una provocazione

Vorrei partire da una provocazione: se agli uomini fosse permesso di dire la paura, sarebbero meno vigliacchi? Ci penso da quando sono stati resi noti i dialoghi tra il capitano della nave naufragata davanti al Giglio e la capitaneria di porto. Un capitano che accetti di morire, lasciando per ultimo la sua nave, verrebbe considerato un eroe, un capitano che abbandona la nave (e migliaia di passeggeri in pericolo di vita) è giudicato un miserabile. E non dico che il personaggio in questione non lo sia. Però mi chiedo: se un uomo come tanti, posto di fronte a una situazione di oggettivo e grande pericolo, potesse consentirsi di esprimere il proprio sentimento di paura, persino di panico, avesse cioè le parole per dire questa umanissima debolezza senza tuttavia sentirsi stigmatizzato, non è possibile che troverebbe poi anche il coraggio, magari non eroico, non illimitato, di affrontare quello stesso pericolo.
Dico questo perché mi pare che ciò che caratterizza la miseria del maschile, quando la miseria del maschile va in scena, che si tratti della sfera pubblica, o sessuale o “criminale” non fa differenza, è l’irresponsabilità. Viviamo in un Paese nel quale un’intera classe politica ha dovuto (e molto opportunamente dovuto) cedere il posto a un governo di tecnici che, al loro posto, si assumesse l’onere di chiedere inauditi sacrifici, di fare riforme impopolari, di risanare un bilancio da default; viviamo in un Paese nel quale ogni tre giorni (in media) una donna viene uccisa per mano di un uomo che di quella donna era il marito, il compagno, l’amante o il fidanzato. E, se non si suicidano subito dopo, questi assassini recitano tutti lo stesso copione: non rivendicano e neppure ammettono le “ragioni” della propria violenza, al contrario balbettano, afasici e confusi, che non ricordano, che proprio non sanno spiegarsi il perché, che, di nuovo, non hanno parole per dire e spiegare quel che hanno fatto.
Tornando alla tragedia del naufragio della Costa, prima di fuggire su una scialuppa con il suo secondo, lasciando sulla nave i passeggeri e il resto dell’equipaggio a combattere per la sopravvivenza, il capitano ha compiuto una serie di azioni, tutte all’insegna della negazione delle realtà, come se fosse stato preda di uno scollamento tra quel che davvero accadeva e quel che lui voleva fosse accaduto, cioè, niente. Non dà l’allarme in tempo, non chiede di abbandonare la nave quando la situazione è già disperata, nega non una ma più volte che a bordo vi siano gravi problemi quando dalla capitaneria chiedono se è necessario far partire i soccorsi.
L’incapacità di assumersi la responsabilità dell’errore commesso, uno spericolato avvicinamento al Giglio, porta questo ufficiale, ben prima di scappare a terra, a una vera e propria fuga dalla realtà.
Certo, potremmo chiudere la vicenda giudicando, nauseati e orripilati, che si tratta di un miserabile vigliacco. Il giudizio morale, l’invettiva, l’indignazioni, senza dubbio appropriati, ci aiuta sempre a farci sentire meglio. Ma, forse, più utile sarebbe ragionare su questo “disagio” degli uomini che diventa ogni giorno più vasto e, forse, più eloquente di una condizione. Allora, ripropongo la considerazione iniziale: se gli uomini imparassero a nominare le proprie paure, sarebbero meno vigliacchi?
A voi la parola.


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1 Commento

  1. Paolo1984

     /  aprile 13, 2012

    io ho imparato che avere paura è normale e in certa misura positivo, lasciarsi dominare da essa specie se si ricoprono incarichi di responsabilità non lo è. Ciò che si rimprovera a Schettino non è l’aver avuto paura ma l’essersi lasciato avviluppare da essa. cosa che come capitano non poteva permettersi

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