Come si fanno più esatte le parole e appropriata l’analisi del gesto omicida quando a uccidere è uno “straniero”. Per Singhj Kulbir, l’indiano che ha strangolato la giovane moglie incinta di tre mesi in provincia di Piacenza perché “voleva essere occidentale”, nessuno ha parlato di “folle gesto” né di “dramma della gelosia” e tantomeno di “raptus”. Come spiegava ieri sera un compunto carabiniere al Tg3, quell’uomo ha agito per imporre nell’unico modo che gli era ormai consentito, cioè con l’omicidio, un possesso sulla sua donna che gli stava sfuggendo, per impedirle una libertà che altrimenti non avrebbe avuto altro modo di tarpare. Le regole ferree di un dominio che, fuori dal proprio Paese, aveva perduto, si liquefano non appena una donna smette di riconoscerle.
E Kaur Balwinde, appunto, non le riconosceva più. E’ possibile che a muovere la furia omicida del marito più della rabbia per la nuova Kaur, meno sottomessa, docile e impaurita di un tempo, sia stata la perdita di rispetto della propria comunità, che derideva e disprezzava un uomo incapace di tenere a bada la propria donna. Tuttavia, qualunque fossero gli stati emotivi appena precedenti all’assassinio, è ancora una volta evidente quanto la vana pretesa di sancire un potere indiscutibile (quello di vita e di morte) coincida con l’impotenza di esercitarlo ancora, nel futuro.
Tutto è morente nel mondo maschile, ma non per questo meno furente, prepotente, violento. Come se la decadenza del genere si sovrapponesse alla furia per l’ineluttabilità della perdita, e una sorta di meccanismo autodistruttivo non potesse che indurre all’eccesso e alla dismisura.
Un’ultima postilla a proposito di decadenza di mondi maschili e di quel che resta della loro forza. Oggi gioca la Nazionale di calcio italiana in un’amichevole con il Lussemburgo. Oggi dovrebbe essere il giorno in cui, per la prima volta, in uno stadio, luogo maschile per eccellenza, arriverà la condanna della violenza sulle donne. Sarà un calcio arrivato al suo stadio terminale, per corruzione e caos, a “impegnarsi” prima di ogni altro settore della società per una “causa” che ancora stenta a essere considerata fenomeno ed emergenza sociale.
Non possiamo non essere almeno perplesse per questa “alleanza” che pure molte di noi hanno ritenuto necessaria, ammettendo che la potenza di penetrazione degli immaginari da parte del calcio è ancora fortissima. Ma la speranza, sempre più tenue, è che oggi, questi “eroi” così poco epici, sgualciti e confusi, quel messaggio lo esprimano con la consapevolezza che è soprattutto a loro che potrebbe dare un pizzico di residua dignità.

